SCUOLE DI FORMAZIONE DELLA GUARDIA DI FINANZA: LUOGHI DOVE “LA CAMPANELLA” NON SUONA MAI

Una giovane allieva della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza di L’Aquila si è tolta la vita gettandosi dal terzo piano di una palazzina alloggi. Parlare, soprattutto a caldo, di un gesto simile e degli elementi di contorno che non lo hanno impedito non è semplice, e non ci compete farlo con la pretesa di spiegarlo. Ma come sindacato abbiamo una responsabilità dalla quale non possiamo sottrarci: intervenire sul modello formativo, partendo da un elemento che è la pietra angolare su cui poggia l’intero sistema “educativo” della Guardia di Finanza — l’orario di lavoro.

Gli allievi, di qualunque ordine e grado, non hanno diritto all’orario di lavoro né a tutte le tutele che ne dovrebbero derivare: il riposo settimanale, la giusta decompressione tra vita lavorativa e vita privata. Senza girarci troppo attorno: gli allievi del 1° e 2° anno dei due più importanti istituti di formazione del Corpo, Scuola Ispettori e Accademia, non hanno diritto alla propria sfera personale.

La loro libertà è compressa in un sistema di regole arcaiche — alcune scritte, altre no, proprio come l’orario di lavoro — che finisce per opprimere la loro umanità prima ancora di formarne le competenze. La spersonalizzazione inizia il giorno dell’arruolamento, con riti e rituali che preparano “la massa” a un modello di controllo totalizzante, non troppo distante da quello immaginato da Jeremy Bentham nel Settecento con il suo panottico: una sorveglianza pervasiva che pretende di prevenire i comportamenti scorretti attraverso la certezza — o il sospetto — di essere sempre osservati.

Se c’è un comportamento da prevenire, è proprio quello suicidario, o le fratture psicologiche di chi decide di restare nella scuola nonostante tutto. Se c’è un fenomeno da prevenire, è anche l’abbandono precoce di chi, varcati i cancelli degli “Istituti di Formazione”, si ritrova in un mondo alieno e dopo pochi giorni o poche settimane lascia la Guardia di Finanza. Sono due facce della stessa medaglia: chi resta e si spezza, e chi fugge perché ha intuito per tempo cosa lo aspetta. Nessuna delle due dovrebbe essere considerata un esito fisiologico del percorso formativo, e invece entrambe vengono trattate, troppo spesso, come statistiche di ordinaria amministrazione.

Quando abbiamo sollevato questi aspetti con alcuni alti ufficiali del Corpo, ci è stato risposto che le Scuole non possono trasformarsi in un college. È vero, e nessuno lo ha mai sostenuto. Ma lavoriamo perché non si trasformino, per qualcuno, nel sottoprodotto di un carcere — un luogo dove giovani istruttori alle prime armi interpretano il proprio ruolo richiamando modelli di un passato che forse non ha mai smesso di abitare l’animo umano, e di cui Stanley Milgram, negli anni Sessanta, dimostrò sperimentalmente la genesi: l’obbedienza all’autorità può spingere persone comuni a infliggere sofferenza, non per crudeltà, ma per semplice adesione al ruolo che è stato loro assegnato.

È questo il rischio che una formazione fondata sulla gerarchia assoluta e sulla privazione di ogni spazio personale porta con sé: non forma soltanto ufficiali e ispettori, ma normalizza — in chi comanda come in chi obbedisce — un modello di relazione in cui la sofferenza dell’altro diventa invisibile, o peggio, funzionale al sistema. Non è retorica sindacale: è una domanda che le istituzioni non possono più permettersi di rinviare. Quante altre giovani vite dovranno spezzarsi prima che la campanella, in queste scuole, inizi finalmente a suonare?

Alla famiglia della giovane Aurora va tutto il nostro cordoglio e il nostro affetto, nel momento più buio della loro vita.

Francesco Zavattolo

Segretario Generale SILF

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